Innesto creativo # 3: Laura Lambroni e Narda Zapata

Rituali, simboli e magie
a cura di Livia Savorelli
evento di restituzione della residenza di Laura Lambroni e Narda Zapata

sabato 1 marzo 2025

Casa del Sole, Ceranesi (GE)

Livia Savorelli in dialogo con CARLA IACONO | LAURA LAMBRONI | NARDA ZAPATA

La tua idea di interazione con Il giardino di Yoshimasa su che presupposti si è basata in fase di elaborazione del progetto?
Il titolo che hai voluto dare allo stesso si fonda sul rituale e su pratiche terapeutiche legate al mondo dello sciamanesimo. Da che capisaldi teorici sei partita per dar vita al progetto Metamorfosi? Quali elementi simbolici hai scelto e attraverso che rituali li hai attivati all’interno del giardino? Infine, che luogo particolare hai individuato per l’atto finale del tuo rituale?

Laura Lambroni: La mia idea di interazione con Il giardino di Yoshimasa si è basata sul principio di osservare e rispettare lo spazio come un’entità viva, in cui ogni elemento possiede una propria energia e una propria memoria. Durante la progettazione ho pensato al giardino non solo come a un luogo fisico, ma come a un teatro simbolico, capace di accogliere un rituale di trasformazione.
Il titolo del progetto, Metamorfosi, richiama i temi dell’ascolto e della guarigione, che ho esplorato attraverso pratiche terapeutiche, rituali ispirati allo sciamanesimo del Centro America e alla Psicomagia di Alejandro Jodorowsky. Sono partita dall’idea che il dolore, le cicatrici interiori e la memoria emotiva possano essere attraversati e trasformati attraverso atti simbolici e rituali, andando oltre la logica razionale e parlando direttamente all’inconscio.
Gli elementi simbolici ruotano principalmente attorno alle spine di rosa in argilla, che rappresentano il dolore e le cicatrici interiori, ma anche la bellezza e la possibilità di rinnovarsi. Accanto a queste, il miele assume un ruolo fondamentale come simbolo di dolcezza e guarigione.
Per l’atto finale, Carla ed io abbiamo scelto un punto sotto un albero di ciliegio a lei caro. Abbiamo deposto le spine sulla terra dopo aver praticato un piccolo taglio nel terreno, come gesto simbolico per offrire alla terra la memoria del dolore e permettere che la assorbisse. È stato un momento molto intenso ed emozionante: abbiamo invitato il pubblico a partecipare all’atto di chiusura che, allo stesso tempo, si è trasformato in un gesto di apertura alla vita.

Laura Lambroni, Metamorfosi, 2025, rituale per Il giardino di Yoshimasa, Casa del Sole, Ceranesi (GE). Ph. Gianluigi Boleto
Laura Lambroni, Metamorfosi, 2025, rituale per Il giardino di Yoshimasa, Casa del Sole, Ceranesi (GE). Ph. Gianluigi Boleto
Laura Lambroni, Metamorfosi, 2025, rituale per Il giardino di Yoshimasa, Casa del Sole, Ceranesi (GE). Ph. Gianluigi Boleto

GRANI D’ARGENTO è consistito in due progettualità: un’installazione permanente in una delle quattro aiuole del giardino (quella dedicata alla piante medicinali) e un’azione performativa, realizzata in un’area adiacente e fortemente legata alle tue origini, una Mesa andina che è stata riadattata in forma “mediterranea”… Come hai precisato sin da subito, questi due interventi sono uno legato al permanente, l’altro all’effimero. Perché hai scelto di lavorare su questa dualità, che hai intitolato come il verso del primo poema del Cantico dei Cantici?

Narda Zapata: Sono molto contenta che tu ti riferisca a questa mia partecipazione a Il giardino di Yoshimasa come ad un’azione che opera sulla dualità. Ho scelto di lavorare sui fondamenti della filosofia andina, nel cui contesto il concetto di dualità è uno dei più importanti, ovvero il principio fondamentale che descrive l’universo come una relazione di opposti complementari. Non è dunque un dualismo di lotta e contrapposizione, non c’è un concetto che ne escluda un altro. Al contrario, è un dualismo di armonia ed equilibrio, come accade tra la luce e l’oscurità, il sopra e il sotto, la vita e la morte. Uno degli aspetti più presenti nella cosmovisione andina, ad esempio, è il cosiddetto Chacha-Warmi: l’idea di uomo e donna come coppia complementare, necessaria affinché entrambi i soggetti possano “essere completi”. Nella filosofia andina la morte non è percepita come una fine, ma come una transizione verso lo Huñamarca (popolo eterno). Quando uno dei coniugi muore, chi sopravvive ha la responsabilità di guidare l’anima dell’altro nel processo di transizione e mutamento. Quando sono stata invitata a partecipare al terzo innesto creativo, avevo già il piacere di conoscere Carla, di aver sentito da lei stessa, camminando per i sentieri del giardino, quale fossero le radici del suo progetto. Non ho conosciuto Guido, ma in quelle passeggiate e durante le conversazioni che abbiamo avuto quando siamo andati a Ceranesi a fare i sopralluoghi sentivo la sua assenza ma anche la sua presenza segnata dalla forza e dal lavoro di Carla, e fin da subito mi sono sentita coinvolta in modo creativo ed emozionale, e ho voluto che il mio intervento riflettesse un aspetto intimo e personale del mio lavoro. Per questo motivo ho voluto celebrare una Mesa Andina, una tradizione molto viva in Bolivia, il mio paese d’origine. È una tradizione che ho seguito per anni, specialmente nel mese d’agosto, nei punti sacri (apachetas) nascosti tra le montagne dell’altopiano andino. Si tratta di un rituale di ringraziamento alla fertilità della terra (la Pachamama) che ha a che fare con la vita e con le sue trasformazioni, e che, come tutti i rituali, è un momento di riflessione e di introspezione, sia nell’intimità che in comunità.
Quest’ultimo è il caso di Grani d’argento, e colgo l’opportunità per segnalare che il titolo è esso stesso un’altra ramificazione dell’opera, essendo ispirato al versetto 1:11 del Cantico dei Cantici, il libro dell’antico Testamento che, come noto, celebra l’amore fra uno sposo e una sposa, parlandone in chiave sia fisica che spirituale. Nel Cantico, lo sposo fa risaltare i valori terreni, come la bellezza, e quelli spirituali, come la purezza della sua amata. In questo modo voglio sottolineare il sincretismo religioso e principalmente il meticciato culturale, che è un traguardo verso cui tende tutto il mio lavoro e che qui trova risonanza nel progetto aggregativo di Carla Iacono.

Narda Zapata, GRANI D’ARGENTO, 2025, caolino, opera permanente per Il giardino di Yoshimasa, Casa del Sole, Ceranesi (GE)

Quali elementi sono stati alla base del rituale della Mesa “mediterranea”? Che energie hai evocato e come hai percepito esso sia stato recepito da Carla e dal pubblico intervenuto?

Narda Zapata: Per spiegare una Mesa Mediterranea, parlerò prima della Mesa Andina da cui deriva, da noi opportunamente adattata al posto e agli elementi presenti nel territorio e nei dintorni del giardino.
La Mesa Andina è un’offerta cerimoniale che funge da ponte di comunicazione fra gli umani e le divinità della natura. La sua conformazione varia a seconda dello scopo del rituale (ringraziamento, richiesta o guarigione). Va assemblata su un tessuto tradizionale a colori (aguayo) che funge da contenitore dello spazio sacro. Per la Mesa Mediterranea, abbiamo utilizzato una tovaglia colorata proveniente dalla casa di Carla.
In contesti tipici dei guaritori (yatiri, i curanderos andini), la Mesa è spesso divisa in sezioni che rappresentano l’equilibrio tra forze opposte (luce/oscurità, destra/sinistra) e i livelli della visione del mondo andino.
Per essere completa la Mesa deve integrare elementi che rappresentino l’intero mondo andino: il mondo vegetale, rappresentato dalla q’uwa (un’erba resinosa aromatica) che qui abbiamo sostituito con un letto di profumatissime foglie di rosmarino e larghi gambi di ginestra, portati da un amico de Il giardino. Un altro elemento fondamentale di qualsiasi rituale andino è la foglia di coca (mediatrice spirituale), ma poiché il possesso di queste foglie è proibito fuori dalla Bolivia, dal Perù, dalla Colombia e dal nord dell’Argentina, abbiamo utilizzato foglie di alloro; il mondo minerale, simboleggiato dall’incenso e dal coppale, elementi facilmente rintracciabili nei negozi di Genova; il mondo animale, rappresentato dal sullu – che sarebbe il feto di lama, che io peraltro non ho mai utilizzato, per motivi etici di rispetto degli animali – e ancora dalla lana colorata e dal grasso di lama, qui da noi sostituiti con un pezzo di lardo di maiale.

Narda Zapata, GRANI D’ARGENTO, 2025, rituale per Il giardino di Yoshimasa, Casa del Sole, Ceranesi (GE)

Poi ci sono i Misterios y ofrendas. I Misterios sono piccole tavolette bianche fatte di zucchero che rappresentano i desideri o le richieste del celebrante, fra cui si trova un universo di elementi visuali con forti connotazioni simboliche, come figurine di formiche, che rappresentano il lavoro, o di farfalle, che simboleggiano la felicità, o ancora case, denaro, viaggi, a seconda di quanto viene richiesto. Fortunatamente porto sempre con me molte di queste figure di zucchero, grandi e piccole, che conservo in vista di lavori speciali, e questa è stata l’occasione perfetta per utilizzarle.
Vi sono poi foglie di oro e di argento, simboli di prosperità economica, facilmente accessibili in un negozio di belle arti a Roma.
Ancora, intervengono liquidi sacri: la Chicha de Mais (bevanda alcolica fatta a base di fermentato di mais) e l’alcohol Caimán, una delle bevande alcoliche più forti al mondo (un distillato che arriva a 96° vol.). Qui abbiamo versato al loro posto del vino rosso e dell’alcool per sollecitare l’offerta.

Narda Zapata, GRANI D’ARGENTO, 2025, rituale per Il giardino di Yoshimasa, Casa del Sole, Ceranesi (GE)

Poi c’è il fuoco, che è un elemento di unificazione sociale e culturale sin da quando l’uomo ha imparato a dominarlo. La Mesa che abbiamo preparato viene bruciata come atto simbolico di restituzione alla Madre Terra, affinché le intenzioni dei partecipanti riuniti attorno a questo fuoco siano portate dal fumo in funzione di veicolo. I desideri e le speranze vengono così trasmessi in un atto di reciprocità con la terra, un altro concetto centrale e portante della filosofia andina.
Il giorno che abbiamo fatto questo rituale performativo nel giardino di Yoshimasa faceva tanto freddo fuori, e radunarsi intorno al fuoco è stato istintivo: ho percepito anche la partecipazione delle persone presenti. Quel giorno non erano solo osservatori di un momento artistico ma erano parte attiva del rituale, coinvolti anche tramite un paio di foglie di vera coca che ognuno ha offerto alla mesa (come alla fine sia arrivata una piccola busta di foglie di coca a Ceranesi è una storia divertente, che racconteremo in un’altra occasione).
Con Carla abbiamo montato la Mesa, davanti agli amici. Ho il ricordo delle sue mani mentre ordinava gli elementi della Mesa. Poi più tardi, quasi a mezzanotte, dopo aver cenato e passato una serata molto piacevole, siamo andati con lei, con te, con Laura e altri amici a seppellire le ceneri rimaste dell’offerta (le ceneri erano completamente bianche, e questo significa che la Madre Terra aveva accettato volentieri l’offerta). Non ho approfondito ancora verbalmente che cosa abbia sentito Carla, ma abbiamo fatto questo rituale insieme, dall’inizio alla fine, e siamo state molto vicine. Un giorno glielo chiederò.

Narda Zapata, GRANI D’ARGENTO, 2025, rituale per Il giardino di Yoshimasa, Casa del Sole, Ceranesi (GE). Ph. Diego Santamaria
Narda Zapata, GRANI D’ARGENTO, 2025, rituale per Il giardino di Yoshimasa, Casa del Sole, Ceranesi (GE). Ph. Diego Santamaria (sx) – Narda Zapata (dx)

Anche tu Laura, hai scelto di lasciare un segno del tuo passaggio all’interno del giardino. Raccontaci della figura in terracotta smaltata che hai creato e intitolato L’Innesto, quasi fosse una “custode” delle memorie in esso contenute…
E del trittico, dal titolo Metamorfosi, anch’esso presentato durante la restituzione della residenza, ospitato nello studio di Carla e che dialogava con il giardino stesso…

Laura Lambroni: Fin dal primo momento sono rimasta colpita dall’albero di melograno già presente nel giardino. Era un albero spoglio, apparentemente privo di vita, e proprio per questo mi sono sentita immediatamente chiamata. In chiave simbolica, il melograno parla di un femminile potente, profondo e indomito, capace di abitare sia la luce sia l’ombra. Nel mito, Persefone mangia i semi di melograno negli Inferi perché Ade glieli offre per legarla al suo regno: chiunque consumi cibo proveniente dall’Oltretomba è destinato a rimanervi. Mangiare quei semi segna un vincolo irreversibile, trasformandola nella sposa di Ade e condannandola a vivere per una parte dell’anno negli Inferi, alternando così la discesa al ritorno sulla terra dalla madre Demetra. Questo movimento ciclico diventa metafora della morte e della rinascita della natura, dell’alternarsi delle stagioni e della trasformazione continua.
Mi sono innamorata di questo albero spoglio, perché incarnava perfettamente il tema della metamorfosi. Per questo ho deciso di adagiare in uno dei suoi tronchi, una scultura dal volto femminile, pensata come lo spirito dell’albero: una presenza silenziosa che custodisce e protegge il giardino.

Laura Lambroni, L’Innesto, 2025, ceramica, opera permanente per Il giardino di Yoshimasa, Casa del Sole, Ceranesi (GE). Ph. Diego Santamaria

Il trittico Metamorfosi, presentato durante la restituzione della residenza e ospitato nello studio di Carla, rappresenta una tappa del viaggio inconscio. È come se avessi intercettato una serie di “scene” racchiuse in queste stanze, frammenti improvvisi che l’inconscio restituisce senza avvertire. Tra queste emerge il volto di una donna che guarda verso Est, rispetto all’orientamento originale dell’opera. Per gli sciamani Maya e Nahua, l’Est (Lak’in) è il luogo della nascita del sole e del risveglio della coscienza, e per questo molte cerimonie iniziano rivolgendosi a questa direzione.
La superficie dell’opera è stata lasciata volutamente ruvida e attraversata dal rosso, colore del fuoco, del sangue e della forza vitale, secondo il concetto di “Lak’in”.
Accanto all’opera, il cisto essiccato conserva l’energia della rimarginazione della ferita, mentre l’ultima terracotta, Il canto delle antenate, richiama le custodi della memoria.

Laura Lambroni, Metamorfosi, 2025, trittico, scultura in ceramica. Ph. Gianluigi Boleto

Il giardino, durante questa residenza, si è arricchito di due presenze permanenti: i due clientes in caolino di Narda (due figure che si guardano e che muteranno nel tempo grazie agli umori delle piante che le cresceranno intorno) e la figura in ceramica di Laura che, come in un reale innesto, porta “nuova linfa vitale” ad un albero di melograno morto, assecondando il ciclo vitale di ogni elemento vegetale e la dicotomia vita-morte che è alla base della filosofia stessa de Il giardino di Yoshimasa. Cosa provi ad ogni residenza e come tutti questi passaggi umani, creativi, e le tracce che rimangano, ti portano a concepire la creazione in una nuova modalità corale che si nutre di un incessante fluire creativo ed emozionale? Al terzo innesto compiuto, possiamo dire che questo processo di rigenerazione ha attraversato anche te come donna e come artista?

Carla Iacono: Sento che, ogni volta, si creano legami profondi, sia artistici che spirituali, dei quali le tracce lasciate dagli ospiti sono testimonianza tangibile. Diventa così sempre più naturale pensare ad un atto di creazione condivisa in cui mettere a fattor comune le esperienze umane ed artistiche di ciascuno. Tutto ciò conferma innanzi tutto che il progetto ha trovato la giusta declinazione per realizzare quello che era lo scopo iniziale, ovvero costruire un “luogo di riconciliazione e aggregazione, crocevia di esperienze e incontri”. E credo sia anche grazie al ruolo “catalizzatore” e archetipico del giardino che le esperienze di tutti i passaggi umani e creativi confluiscano nell’adozione di una pratica creativa corale ogni volta sempre più spontanea e consolidata. Certamente un tale processo coinvolgente e rigenerativo ha cambiato la mia prospettiva, è una sorta di “reframing artistico”, un prezioso strumento per ricucire le ferite.

Il terzo innesto creativo de Il giardino di Yoshimasa ha trasformato il giardino in un luogo attraversato da due diverse ritualità che hanno amplificato la forza trasformativa e rigeneratrice del progetto e il legame con Madre Natura. Cosa hai provato, nell’essere tu stessa co-protagonista di questi rituali e nella condivisione corale degli stessi dal pubblico accorso per la restituzione di questa terza residenza?

Carla Iacono: Il terzo innesto creativo è stato un’avventura umana e artistica potente che ha sottolineato come i rituali connessi alla terra e alla natura possano evocare energie profonde, quasi primordiali. Sia il rituale ispirato alla psicomagia di Alejandro Jodorowsky realizzato da Laura Lambroni, sia la performance di Narda Zapata che ha rappresentato una Mesa Andina in offerta alla Pacha Mama del giardino, hanno suggerito percorsi di rigenerazione e guarigione esplorando il legame tra natura, emozione ed inconscio. Non è facile raccontare cosa ho provato nel parteciparvi come co-protagonista; sicuramente un senso iniziale di spaesamento, quasi come vivere in un sogno, poi il sentire la necessità di interagire con umiltà e responsabiltà, e ancora, attraverso la condivisione e la coralità delle azioni, un senso di connessione spirituale, armonica e introspettiva; infine un senso di profonda gratitudine e pace interiore.

Narda Zapata, GRANI D’ARGENTO, 2025, rituale per Il giardino di Yoshimasa, Casa del Sole, Ceranesi (GE). Ph. Diego Santamaria

Per concludere, una domanda per tutte e tre. Alla luce dell’esperienza recentemente vissuta, cosa rimane maggiormente impresso in voi di questa condivisione umana, creativa e spirituale?

Carla Iacono: La potenza e la sacralità delle performance, l’entusiasmo e il calore che tutti gli intervenuti ci hanno donato partecipando ai rituali, il senso di “sorellanza artistica” che si è venuto a creare con te e con le artiste, ulteriormente amplificato dall’intensità dell’esperienza. Infine il ricordo dell’allegria e della convivialità durante i giorni della residenza, arricchita dalla presenza di amici speciali. E nel Giardino di Yoshimasa ci sono due nuove e preziose installazioni che contribuiranno a renderlo uno spazio sempre più consolatorio ed evocativo.

Laura Lambroni: È stato davvero arricchente far parte di questo progetto di residenza, poter interagire con due artiste così potenti e, allo stesso tempo, l’incontro con la visione di Livia come curatrice è stato altrettanto magico. In tutta la residenza ho sentito molto forte il concetto di condivisione e collaborazione, che ha reso l’esperienza ancora più preziosa, insieme al ricordo e alla forza dell’amore di Carla per suo marito Guido, che hanno ispirato e sostenuto l’intero progetto.”

Narda Zapata: A distanza di alcuni mesi sono ancora stupita dalle coincidenze che sono emerse durante i giorni di convivenza nella casa di Carla a Ceranesi. Conoscere Laura è stata veramente una gradita sorpresa, si sono verificate tante sincronie fra di noi e non solo nel modus operandi che abbiamo scelto per partecipare al terzo innesto del giardino, ma anche in aspetti particolari che forse capiremo soltanto noi due, alcuni gesti che si possono percepire durante una convivenza basata sulla condivisione umana, creativa e spirituale, come ben dici tu.
Anche in quest’ultima settimana ho scoperto nuove coincidenze, rileggendo i tuoi testi e quelli scritti da Carla in relazione alla filosofia del giardino: cose delle quali non mi ero accorta in quei giorni, e questo mi ha portata a fare una ricerca più approfondita di cosa siano le coincidenze, scoprendo che in filosofia il concetto viene interpretato come insieme di fenomeni significativi, spesso spiegati dalla sincronicità di Carl Jung. Ciò significa che un evento esterno si allinea con uno stato psichico interno senza una relazione causale, rivelando connessioni profonde o l’inconscio collettivo, oppure si dà un’unità di opposti che si definiscono a vicenda per formare un insieme interconnesso. Gli opposti non sono identici, è la loro interdipendenza a creare un tutto coerente e significativo, a volte rappresentato in simboli come il triangolo. Potrei proseguire raccogliendo testi che parlano delle coincidenze, ma mi limiterò per concludere a citare Arthur Schopenhauer, che suggerisce che la vita degli individui sembra essere coordinata da una sorta di “piano superiore” simile a un’opera di teatro, nella quale i fili corrispondenti a diversi personaggi si intrecciano in forma significativa. Per Schopenhauer non si tratta di magia ma di una manifestazione della volontà, una forza unica e sottostante che connette tutte le ripresentazioni individuali della realtà.

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