Il giardino come opera, la memoria come materia | artuu.it

Intervista a CARLA IACONO di Paola Martino

Articolo tratto da:
https://www.artuu.it/il-giardino-come-opera-la-memoria-come-materia/
14 Agosto 2026

Screenshot

Un giardino può essere molte cose: uno spazio da attraversare, un luogo da custodire, un organismo in continua trasformazione. Può anche diventare, nel tempo, una forma di memoria. È questa la direzione intrapresa da Carla Iacono con Il giardino di Yoshimasa, progetto nato alla Casa del Sole di Ceranesi, in provincia di Genova, e progressivamente trasformato in un luogo di incontro tra ricerca artistica, cura e relazione. Nato da una vicenda profondamente personale, il giardino ha scelto di non rimanere confinato nella dimensione privata. Attraverso gli “innesti creativi”, residenze e interventi site-specific affidati ad artisti differenti, il luogo si modifica e si arricchisce di nuove tracce, senza cancellare quelle precedenti. Ogni presenza diventa così parte di una stratificazione che continua a crescere, proprio come accade in un organismo vivente. A due anni dalla sua nascita, Il giardino di Yoshimasa arriva all’ottavo innesto creativo con la residenza di Roberto Ghezzi e Ilaria Margutti, curata da Livia Savorelli e intitolata Di tracce, sedimenti e memorie incarnate. Un progetto che mette al centro la stratificazione del tempo e la capacità del paesaggio di conservare, trasformare e restituire ciò che attraversa. Abbiamo incontrato Carla Iacono per parlare del significato di costruire un luogo che non sia semplicemente scenario per l’arte, ma parte stessa del processo creativo: di memoria, trasformazione, cura e della possibilità che un’esperienza individuale possa diventare uno spazio aperto alla ricerca e alla relazione.

Il Giardino di Yoshimasa nasce da una vicenda personale, ma nel tempo è diventato un progetto collettivo che coinvolge artisti, curatori e pubblici diversi. Quando hai capito che non si trattava più soltanto di un’opera tua, ma di un dispositivo capace di generare altra arte?

“Il giardino di Yoshimasa è un progetto nato durante un periodo difficilissimo e purtroppo culminato con la perdita prematura di mio marito Guido Geerts. La realizzazione è iniziata nell’autunno del 2021, con il supporto del mio adorato Guido; come ho scritto nel prologo del progetto: Un giardino sull’abisso ci sembrò il modo più adeguato per descrivere il nostro stato, sospesi tra la vita e la morte, combattuti tra speranza e disperazione, consapevoli che il connubio arte-natura, insieme agli affetti, poteva indicare una via per sopravvivere. Proprio per questa iniziale connotazione mi è stato subito chiaro che, per diventare efficace strumento di memoria, sopravvivenza e rigenerazione, Il giardino non poteva rimanere un progetto personale ed isolato, ma doveva configurarsi come un contenitore metamorfico e condiviso, in grado di generare arte ed esperienze. Grazie al prezioso coinvolgimento di Livia Savorelli in qualità di direttrice artistica del progetto sono così nati gli “innesti creativi”, attraverso i quali si sta creando una rete di relazioni umane ed artistiche, di occasioni di scambio e ascolto, di affinità poetiche e stilistiche”.

Questa ottava residenza ruota intorno ai concetti di traccia, stratificazione e memoria incarnata. Sono temi che attraversano anche la tua ricerca fotografica. Quanto ti interessa che gli artisti invitati interpretino il Giardino senza limitarsi a raccontarlo, ma mettendone in discussione il significato?

“Ho sempre cercato di costruire in maniera efficace i miei “racconti” fotografici attingendo a tantissime fonti stratificate che riescano a mantenere uno stretto legame tra l’autobiografico e il simbolico e l’universale. Anche il progetto del giardino rispetta questo approccio: una forte connotazione autobiografica ma l’aspirazione ad una dimensione narrativa più libera e globale, in grado di accogliere nuove memorie e interpretazioni. Per me è quindi importante che gli artisti ospitati vivano liberamente il giardino come luogo di ispirazione anche per nuove interpretazioni che vanno al di là del semplice racconto; in tal modo il significato non viene comunque messo in discussione perché il giardino stesso è al contempo spazio di confine e di accoglienza, di pluralità di memorie e di visioni, di passaggio e di permanenza attraverso le tracce che gli artisti lasciano”.

In un momento in cui molte residenze artistiche rischiano di diventare semplici format espositivi, il Giardino di Yoshimasa sembra rivendicare il tempo lungo dell’ascolto e della relazione. Pensi che oggi l’arte abbia bisogno di luoghi che producano esperienze prima ancora che opere?

“Si, credo che oggi l’arte abbia più che mai bisogno di luoghi che offrano esperienze di connessione e condivisione, di spazi vitali per promuovere incontri e scambi di idee, dove contano sia la realizzazione delle opere che il percorso comunitario. In alternativa alla fretta e alla mercificazione di molti format espositivi, un approccio del genere può offrire esperienze meno superficiali e più genuine, stimolando la memoria emotiva e creando veri e propri laboratori di condivisione e cura”.

Dopo due anni e otto innesti creativi, il Giardino è ormai una costellazione di interventi, memorie e collaborazioni. Ti interessa conservarne la coerenza oppure preferisci che siano proprio le differenze tra gli artisti a trasformarlo continuamente?

“Proprio perché il giardino di Yoshimasa è stato concepito come un contenitore metamorfico di botanica, di arte e di esperienze, preferisco immaginarlo come luogo che attinge linfa e forza dalle trasformazioni e dalle tracce lasciate dalla natura, dagli artisti e dalle persone che lo incontrano. Esso è ormai un’opera aperta che muta nel fluire delle stagioni e che si trasforma nel tempo grazie alle differenze e agli scambi tra gli artisti, poiché ogni evento porta una nuova narrazione che si aggiunge alle altre senza cancellarle”.

Nel tuo lavoro hai spesso raccontato il corpo e la metamorfosi; oggi il Giardino sembra aver preso il posto del corpo come spazio di trasformazione. È una continuità della tua ricerca o un suo nuovo capitolo?

“Non è facile rispondere a questa domanda, è un dubbio che io stessa mi sono posta soprattutto in questi ultimi mesi in cui ho rallentato la mia produzione artistica per seguire maggiormente il giardino di Yoshimasa. D’altro canto la nascita del progetto non era prevista, è seguita alla necessità di reagire ad una situazione insostenibile, ad una terribile fatalità che ha completamente alterato la mia vita e quella della mia famiglia. Era necessario convogliare rabbia, impotenza e disperazione in qualcosa di creativo, e l’ho fatto il prima possibile con il linguaggio e le modalità che conoscevo; quindi penso che questo abbia garantito la continuità con la mia ricerca pur aprendo un nuovo capitolo che andrà avanti in parallelo agli altri progetti personali”.

Torna in alto